Persepoli. Riflessi del residuo
Elena Lydia Scipioni

Persepoli (2016) è l’opera che dà il titolo a questa mostra e che, insieme a Lotta (2017), fa leva su un aspetto che interessa la poetica del residuo. Il residuo, come elemento di scarto riconsiderato, rientra nelle sperimentazioni materiche che Luca Pignatelli ha compiuto di opera in opera nella sua ricerca. Nel contesto di questa esposizione, tuttavia, questo nome ci ricorda di antichi splendori, mai visti, di una città di cui dopo secoli resta ciò che ha resistito all'azione avversa delle acque e degli uomini. La sua collocazione geografica, per capire l’opera, è marginale ma non casuale; forse è più determinante per “comprenderla” tenendo conto che Persepoli va a costituire un altro punto, dopo New York e Pompei -e questa volta a oriente-, nella mappa dei riferimenti iconici dell’artista. Se New York è l’esaltazione della grandezza e l’esito della visionarietà dell’uomo, se Pompei è il fermoimmagine di una tragedia, e contemporaneamente il momento successivo ed eterno, Persepoli rappresenta un passo ulteriore nel complesso tentativo di contenere nella mente immagini e culture diverse. Nessun tentativo di provocazione ma di comprensione, occasione di uno scambio di sguardi proprio in questa città, Venezia, che fu crocevia di culture, e in questa importante sede del Teatro La Fenice che, dopo il grande incendio, ha ritrovato il suo splendore.

 

Le questioni sollevate dalle opere di Luca Pignatelli in questa occasione sono di diverso ordine, la prima riguarda l’immagine.

Persepoli è realizzata su un tappeto persiano sul quale l’artista ha impresso l’immagine di una testa femminile della statuaria classica, che richiama la civiltà occidentale fondata sul primato dell’occhio e dell’osservatore. La testa si sovrappone agli elementi decorativi del tappeto e, tra questi, sembra svanire; ci sembra di vedere contemporaneamente tutti gli elementi ma di fatto li vediamo in sequenza alternata. A questo aspetto bisogna aggiungere che, normalmente, quello che vediamo non è la realtà, perché ciò che percepiamo -la realtà esterna di cui prendiamo coscienza tramite i sensi- è diverso da ciò che l'oggetto rappresenta e che viene ricostruito dal nostro occhio nel cervello.

Nel caso di Persepoli, il procedimento non è propriamente quello della stratificazione, dove lo sviluppo del linguaggio formale ed estetico procede per selezione, appropriazione, aggiunte e montaggi di immagini e materia. Il procedimento è quello della sovrapposizione, data dall’impressione di un’immagine sul supporto. Immagine e supporto si sommano sulla superficie e nella nostra percezione si alternano, poiché una delle sfide maggiori per l’intelletto umano è quella di comprendere -nel significato etimologico di contenere- due immagini dissonanti di cui non può fare esperienza simultaneamente. Da questo dissidio nasce la necessità per l’osservatore -e spesso l’errore- di voler ricomporre le informazioni ricevute in un’unica definizione.

Nel caso di Lotta (2017), invece, il procedimento adottato è quella della stratificazione e rimanda alla complessiva ricerca di Luca Pignatelli. Un telone si interpone tra l’immagine e il grande arazzo che lo sostiene, tra la lotta e i motivi decorativi.   

Nella sua pratica, Luca Pignatelli ha da sempre utilizzato supporti diversi -come i teli dei convogli, i teloni di canapa, legni, ferri o carte- su cui interviene alterandone la natura, lacerandoli o attuando delle giunture, sovrapponendo immagini tratte dal retaggio culturale occidentale (aerei da guerra, treni, edifici, elementi della statuaria classica, animali). Immagini e forme attraverso cui abbiamo fatto esperienza del mondo.

Lotta è una raffigurazione su raffigurazione: su un vecchio arazzo dipinto l’artista ha impresso l’immagine di una lotta tra un ermafrodito e un satiro. L’identità delle due figure è doppiamente ambigua perché non scorgiamo chiaramente gli attributi o gli arti, e la testa dell’ermafrodito (nella mitologia, Ermafrodito è il figlio di Ermete e Afrodite) è quella di Afrodite. Non solo, la lotta greco-romana sembra un groviglio amoroso. L’espressione rilassata di Afrodite contrasta la sua mano ferma a serrare la bocca del satiro, a impedire qualsiasi espressione verbale, qualsiasi contrarietà o libertà, e a ostacolare parzialmente la vista per via di quel dito in prossimità dell’occhio. Questo gesto potente di una figura in parte uomo e in parte donna esprime dolcezza e forza, grandiosità e fragilità in una composizione che complessivamente muove intorno a tensioni binarie.

Stratificazione e sovrapposizione, nelle opere di Luca Pignatelli, si compiono entrambe sul piano spaziale e temporale, come avviene guardando un film o guardando dal finestrino di un treno, dove vediamo il paesaggio che muta e, simultaneamente o alternatamente, il vetro e il nostro riflesso sul vetro. Così, le associazioni che l’artista suggerisce nelle sue opere si ricompongono, diversamente, nella nostra mente generando nuove associazioni e rimandi.  

Il tappeto o l’arazzo di fatto sono “object trouvé”, scelti per le loro caratteristiche estetiche e per le possibilità che questi tessuti, in parte consunti dal passare del tempo e sollecitati dagli interventi dell’artista, possono offrire. Si tratta di operazioni finalizzate a bilanciare pesi e misure, elementi astratti e figurativi, quasi a voler ritrovare, nella relazione tra i piani e la profondità del blu, un legame antico. 

 

Un altro aspetto che le opere in mostra sottolineano riguarda la percezione dell’immagine, più precisamente le interazioni tra l’osservatore e l’ambiente. Sappiamo che la percezione di ciò che l’osservatore ha davanti ai suoi occhi è in parte influenzata dalla sua provenienza o “appartenenza” geografica, è regolata in base alle sue conoscenze e suggestionata dalle esperienze individuali trascorse e da quelle appartenenti alla sfera collettiva (come i grandi eventi storici).

Ci sono alcuni eventi importanti della storia del Novecento sui quali scienziati di diversa formazione, intellettuali e artisti hanno dovuto necessariamente riflettere: le fotografie ritrovate nei campi di sterminio, la prima foto della Terra ripresa dallo Spazio, la diffusione delle immagini nell’epoca di Internet. Questi eventi hanno contribuito a generare un’evoluzione, non priva di traumi, del pensiero e della metodologia di studio nei confronti di conoscenze acquisite. Tutte riconducono alla problematicità dello statuto dell’immagine in relazione agli aspetti di veridicità, pertinenza, alterazione o aderenza al dato reale (l’immagine non è la realtà).     

La definizione della funzione di archivio e la problematicità della veridicità dell’immagine sono questioni analizzate da molti studiosi, mentre la prima immagine della Terra dallo Spazio, scriveva Luigi Ghirri nel 1969, non costituiva solo l’immagine del mondo ma includeva tutte le immagini del mondo (fotografie, libri, affreschi, testi, ecc.). Con esiti ancora da indagare, l’appropriazione di un’immagine rilanciata in diversi canali distributivi sulla rete sta rivelando nuovi aspetti: nel momento in cui un’immagine viene pubblicata, qualcuno -un numero indefinibile di persone- se ne sta appropriando, la sta osservando e rimanipolando. Di contesto in contesto, l’immagine si rigenera in una pluralità di riferimenti semantici e visuali.

Rispetto a questi tre momenti, concentrati in qualche decennio, possiamo fare un passo indietro quando, tra la fine del XIX e durante il XX secolo, i parametri per la definizione del concetto di identità -che molto ha in comune con quello di immagine- varcano i confini europei, divenendo extraeuropei. Un elemento di interferenza, inteso come differenza, spezza le certezze acquisite e rompe con l’idea di somiglianza, conciliazione e unità: si pone il problema di non-identità. Dalla conquista dell’idea dell’altro come simile si giunge alla constatazione di una differenza superabile solo percorrendo vie distinte da quelle praticate fino ad allora, come occasione per il capovolgimento di prospettiva, e quindi di comprensione.

Attraverso la decostruzione (da diverse angolazioni) del concetto di identità, ma anche dell’immagine (pensiamo al Cubismo nel Novecento i cui prodromi sono da ricercare nelle sperimentazione della fine del secolo precedente), si intravedono nuove possibili convergenze, nuovi modi di esperire la realtà anche quando lo “scarto differenziale” tra due persone, due immagini o due culture non può essere colmato.

È un procedimento che possiamo adottare anche per analizzare le due opere di Luca Pignatelli presenti in mostra: l’effetto rassicurante di immagini riconoscibili, quello della statuaria classica, non deve trarci in inganno. Un esempio vale per tutti: dietro ai paesaggi dei dipinti degli impressionisti si concentravano innovative ricerche sulla luce e sul colore che avrebbero condotto alle più grandi evoluzioni nel linguaggio artistico del Novecento. Come allora, anche oggi oltrepassare “la soglia dell’atmosfera” è un dovere dell’artista, del critico –ma anche del pubblico- per spostare il baricentro dell’indagine artistica e raggiungere un nuovo livello di conoscenza. Di comprensione, appunto. Osservando Persepoli e Lotta, sembra di poter rintracciare e ricomporre lontane conoscenze acquisite che ancora necessitano di essere analizzate, risalendo attraverso differenze e analogie per indagare un presente sempre più complesso per via di quella distanza spazio-temporale che si interpone tra l’osservatore e l’immagine e per quella simultaneità convulsa che contraddistingue attualmente l’informazione e la conoscenza.

Elena Lydia Scipioni, Persepoli. Riflessi del residuo. Catalogo della mostra "Persepoli", Teatro la Fenice di Venezia, 12 Maggio - 18 Giugno 2017.
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